Renzi ora può aspettare tranquillo
Il Pd non offre più margini al Cav. e firma la tregua sulle regole
Per prima cosa ha incontrato Dario Franceschini, ministro dei Rapporti col Parlamento e luogotenente sul campo nei contatti intra e extra governo in questi giorni newyorchesi. Poi ha visto Angelino Alfano, il gemello diverso e sentito al telefono Mario Monti. La giornata di ieri, anche sul fronte interno del Partito democratico, è trascorsa appesa all’attesa del colloquio (un’ora e mezza, dalle 18 alle 19,30) che il presidente del Consiglio Enrico Letta, rientrato dalla trasferta americana, avrebbe avuto con il capo dello stato. Da Giorgio Napolitano, Letta ha ottenuto “pieno consenso” sul percorso individuato, quello per arrivare in Consiglio dei ministri e in Parlamento a un “chiarimento inequivoco” per risolvere le tensioni causate, secondo Letta, dalla “mancata divisione tra le vicende di Berlusconi e quelle del governo”.
12 AGO 20

Per prima cosa ha incontrato Dario Franceschini, ministro dei Rapporti col Parlamento e luogotenente sul campo nei contatti intra e extra governo in questi giorni newyorchesi. Poi ha visto Angelino Alfano, il gemello diverso e sentito al telefono Mario Monti. La giornata di ieri, anche sul fronte interno del Partito democratico, è trascorsa appesa all’attesa del colloquio (un’ora e mezza, dalle 18 alle 19,30) che il presidente del Consiglio Enrico Letta, rientrato dalla trasferta americana, avrebbe avuto con il capo dello stato. Da Giorgio Napolitano, Letta ha ottenuto “pieno consenso” sul percorso individuato, quello per arrivare in Consiglio dei ministri e in Parlamento a un “chiarimento inequivoco” per risolvere le tensioni causate, secondo Letta, dalla “mancata divisione tra le vicende di Berlusconi e quelle del governo”. Ad Alfano, e a Maurizio Lupi, il premier aveva del resto confermato che non ci sono ulteriori margini di manovra. Così la giornata del Pd, quella che prevedeva anche una resa dei conti interna, è trascorsa con il rumore in sottofondo, come un cupo richiamo, del tema della resa dei conti inevitabile col Pdl, come fosse una macchina alimentata ormai dalla sua stessa inerzia.
Dopo l’annunciato Aventino del Pdl, “un colpo alle spalle dell’Italia che lavora”, l’ha definito un Guglielmo Epifani in debito di fantasia, la direzione del Pd, annunciata come infuocata e conclusasi in fretta ieri mattina, ha subìto un processo di abbattimento istantaneo della temperatura. Era convocata per decidere le regole di primarie e congresso, ma era nei giochi che sarebbe stata il momento di un confronto ruvido, un tiro a segno degli scontenti delle larghe intese, renziani ma non solo loro, contro il governo Letta. L’emergenza ha bagnato le polveri, prospettando una tregua. Il risultato, alla fine, va bene per Matteo Renzi: confermata l’8 dicembre la data delle primarie per il nuovo segretario, sulla sovrapposizione tra segretario e candidato premier sono state confermate le attuali regole, così come per le primarie. Un patto tra gentiluomini permetterà a Enrico Letta, di partecipare alle primarie per la premiership quando si tornerà al voto. Renzi è rimasto silenzioso, sostanzialmente soddisfatto confermano i suoi, ora non ha nessun interesse a mettere in difficoltà il governo. Come va spiegando Paolo Gentiloni, comunque vada è chiaro che la finestra temporale della legislatura si è contratta, e Renzi può attendere con calma elezioni più vicine. Letta, in linea di principio, cercherà di allungare la vita del governo, si sa che arrivare al traguardo del semestre europeo è ambizione personale del presidente del Consiglio. Ma up to a point, lo showdown sulla giustizia non è in discussione.
Lo scenario realistico, all’interno di un Pd in posizione d’attesa, sembra dunque questo: se la situazione precipitasse e si dovesse andare al voto in tempi ravvicinati salterebbe il congresso (anche se per il bersaniano Davide Zoggia, responsabile dell’organizzazione, “la parola passerebbe alla direzione”) e resterebbe solo lo scontro secco delle primarie per la premiership, Renzi contro Letta. Il derby naturale. In fin dei conti, è il senso dei ragionamenti di bersaniani e dalemiani, ora scudati dietro la candidatura Cuperlo, non andrebbe male: si eviterebbe il rischio che Renzi metta le mani sul partito, cosa che lo rafforzerebbe definitivamente. Ma per ora è uno scenario lontano. Ora suonano i tamburi della resa dei conti con il Cavaliere.
Lo scenario realistico, all’interno di un Pd in posizione d’attesa, sembra dunque questo: se la situazione precipitasse e si dovesse andare al voto in tempi ravvicinati salterebbe il congresso (anche se per il bersaniano Davide Zoggia, responsabile dell’organizzazione, “la parola passerebbe alla direzione”) e resterebbe solo lo scontro secco delle primarie per la premiership, Renzi contro Letta. Il derby naturale. In fin dei conti, è il senso dei ragionamenti di bersaniani e dalemiani, ora scudati dietro la candidatura Cuperlo, non andrebbe male: si eviterebbe il rischio che Renzi metta le mani sul partito, cosa che lo rafforzerebbe definitivamente. Ma per ora è uno scenario lontano. Ora suonano i tamburi della resa dei conti con il Cavaliere.